La violenza economica è il controllo, la limitazione o lo sfruttamento del denaro e delle risorse di una persona per renderla dipendente: impedirle di lavorare, gestire al suo posto lo stipendio, tenerla all’oscuro delle finanze di casa, farle firmare debiti. La Convenzione di Istanbul la riconosce come forma di violenza contro le donne e in Italia può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia.
Non lascia lividi, e per questo è tra le forme di violenza più difficili da riconoscere, anche per chi la vive. Eppure è tutt’altro che rara: secondo l’ISTAT, tra le donne che nel 2024 hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza nei centri antiviolenza, quasi quattro su dieci (il 39,7%) hanno subito anche violenza economica.
Se ti riconosci in queste righe, o stai pensando a una persona che conosci, puoi chiedere aiuto al 1522, il numero antiviolenza e stalking gratuito e attivo 24 ore su 24, anche via chat. In caso di pericolo immediato chiama il 112.
In breve
- La Convenzione di Istanbul (articolo 3) include la violenza economica tra le forme di violenza contro le donne e di violenza domestica.
- In Italia non è un reato autonomo, ma la Cassazione (sezione VI penale, sentenza n. 1268 del 2025) l’ha ricondotta ai maltrattamenti in famiglia, articolo 572 del codice penale.
- Secondo l’ISTAT, nel 2024 il 39,7% delle donne che hanno avviato un percorso nei centri antiviolenza ha subito violenza economica e il 45,5% si dichiara non autonoma economicamente.
- Il 1522 è gratuito, attivo 24 ore su 24 e orienta verso i centri antiviolenza del territorio.
- Il Reddito di libertà dell’INPS vale 530 euro al mese per un massimo di 12 mesi ed è riservato alle donne seguite da un centro antiviolenza e dai servizi sociali.
Che cos’è la violenza economica? La definizione
La violenza economica è una forma di violenza di genere riconosciuta dal diritto internazionale. La Convenzione del Consiglio d’Europa firmata a Istanbul nel 2011, ratificata dall’Italia con la legge 27 giugno 2013, n. 77, la nomina in modo esplicito all’articolo 3.
La violenza nei confronti delle donne, si legge nel testo della Convenzione di Istanbul, comprende «tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica». La violenza domestica, invece, designa «tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner», anche se non vivono sotto lo stesso tetto.
Il punto non è quanti soldi ci sono in casa, ma chi decide. La violenza economica può esistere in una famiglia benestante come in una in difficoltà e di solito si intreccia con la violenza psicologica e con il controllo coercitivo, raccontato anche nel podcast Pulling the Strings sul controllo coercitivo.
Violenza economica sulle donne: quali sono gli esempi?

Gli esempi di violenza economica hanno tutti lo stesso obiettivo: togliere a una donna la possibilità di decidere sui soldi, e quindi sulla propria vita. L’indagine ISTAT sulla sicurezza delle donne del 2025 rileva comportamenti come impedire di conoscere il reddito familiare, di usare il proprio denaro, di avere un bancomat o una carta di credito, di lavorare.
Il controllo di ogni spesa
Lui gestisce lo stipendio di entrambi e le concede una cifra fissa, le chiede gli scontrini, le contesta ogni acquisto, le impedisce di avere una carta o un conto a suo nome. A volte il controllo viene presentato come premura («ci penso io, tu non ne capisci»), e proprio per questo è difficile da mettere in discussione.
Impedire o sabotare il lavoro
Le vieta di lavorare, la spinge a licenziarsi, le fa scenate prima dei turni, la ostacola quando vuole formarsi o fare carriera. Oppure la fa lavorare senza stipendio nell’attività di famiglia: è esattamente uno dei comportamenti che la Cassazione ha esaminato nella sentenza del 2025 di cui parliamo più avanti.
Tenerla all’oscuro delle finanze
Lei non sa quanto guadagna il partner, quali conti esistono, se ci sono mutui o investimenti, e viene esclusa da ogni decisione su come usare il denaro della famiglia.
Debiti, firme e risparmi
Le fa intestare finanziamenti, utenze o contratti che poi non paga, la convince a fare da garante, usa i suoi risparmi o la sua eredità senza consenso. Le conseguenze possono pesare per anni, anche dopo la fine della relazione.
Dopo la separazione
Non versa l’assegno di mantenimento, ritarda i pagamenti per esercitare pressione, usa le spese dei figli come strumento di ricatto. La violenza economica, infatti, può continuare anche quando la relazione è finita.
Violenza economica e psicologia: perché è così difficile riconoscerla?
È difficile riconoscerla perché cresce lentamente e si traveste da normalità. Spesso comincia con una divisione dei compiti che sembra ragionevole, «i conti li tengo io», e diventa un sistema di regole, permessi e giustificazioni. Chi la subisce può arrivare a sentirsi in colpa per ogni spesa, a non fidarsi più del proprio giudizio, a pensare di non saper gestire il denaro.
È un meccanismo simile a quello del gaslighting, la manipolazione che fa dubitare di sé. E produce un effetto molto concreto: senza un reddito, un conto, una casa propria, andarsene sembra impossibile.
Alcune domande possono aiutare a fare chiarezza. Posso usare i soldi che guadagno senza chiedere il permesso? So quanto entra in casa e dove finisce? Ho accesso a un conto e a una carta? Ho firmato documenti che non ho capito? Se le risposte mettono a disagio, parlarne con un’operatrice del 1522 o di un centro antiviolenza è un primo passo che non obbliga a nulla.
Quanto è diffusa la violenza economica in Italia?
I dati più recenti arrivano dall’ISTAT e raccontano un fenomeno ampio, soprattutto tra le donne che chiedono aiuto. Il report ISTAT e Dipartimento per le Pari Opportunità sui centri antiviolenza, pubblicato a marzo 2026, fotografa le oltre 36.400 donne che nel 2024 hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza.
L’indagine ISTAT sulla sicurezza delle donne, condotta tra marzo e agosto 2025 su circa 17.500 cittadine italiane tra i 16 e i 75 anni, guarda invece alla popolazione generale. Le sue stime sono preliminari: l’ISTAT le completerà nel 2026 con le interviste alle donne straniere.
| Indicatore | Dato | Fonte e periodo |
|---|---|---|
| Donne che hanno avviato un percorso nei centri antiviolenza | oltre 36.400 | ISTAT-DPO, anno 2024 (pubblicato a marzo 2026) |
| Di queste, hanno subito violenza economica | 39,7% (circa 14.450) | ISTAT-DPO, anno 2024 |
| Si dichiarano non autonome economicamente | 45,5% | ISTAT-DPO, anno 2024 |
| Lavorano, in modo stabile o saltuario | 56,7% | ISTAT-DPO, anno 2024 |
| Donne in coppia con violenza economica dal partner attuale | 1,1% (circa 92 mila) | ISTAT, Sicurezza delle donne 2025, stime preliminari |
| Violenza economica riferita agli ex partner | 10,2% | ISTAT, Sicurezza delle donne 2025, stime preliminari |
Un dato merita attenzione: tra le donne seguite dai centri, più della metà lavora, ma quasi una su due non si sente economicamente autonoma. Avere un impiego, insomma, non basta se lo stipendio non è davvero tuo. Sul divario di reddito che rende molte donne più esposte abbiamo scritto in quanto guadagnano le donne in Italia.
La violenza economica è reato? Cosa dice la legge italiana
In Italia la violenza economica non è un reato autonomo, ma può rientrare in reati già previsti dal codice penale, consultabile su Normattiva. Tutto dipende dai fatti concreti: per questo è importante farsi seguire da un’avvocata o da un centro antiviolenza.
Maltrattamenti contro familiari e conviventi (articolo 572)
È il reato a cui la giurisprudenza ha ricondotto la violenza economica quando fa parte di comportamenti vessatori abituali. L’articolo 572 del codice penale punisce chi maltratta una persona della famiglia o comunque convivente con la reclusione da tre a sette anni, con aumenti di pena in diversi casi, per esempio se il fatto avviene in presenza di minori o in danno di una donna in gravidanza.
Violenza economica: cosa dice la Cassazione
Con la sentenza n. 1268 della sesta sezione penale, decisa il 14 novembre 2024 e depositata il 13 gennaio 2025, la Cassazione ha confermato una condanna per maltrattamenti in un caso in cui per anni erano state imposte al coniuge scelte economiche unilaterali: tra i fatti accertati, il lavoro non retribuito nell’azienda di famiglia, il divieto di seguire corsi di formazione, la sorveglianza in casa. Secondo la Corte, la violenza economica rientra nell’articolo 572 quando i comportamenti vessatori sono in grado di provocare uno stato di prostrazione psicofisica, e ha ricordato che, quando una norma interna si presta a più interpretazioni, va scelta quella che rispetta gli obblighi internazionali assunti dall’Italia.
Violenza economica sui figli: articoli 570 e 570-bis
Quando sono coinvolti i figli o il mantenimento, l’articolo 570 del codice penale punisce chi si sottrae agli obblighi di assistenza legati alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge, con pene più severe per chi fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori. L’articolo 570-bis estende le stesse pene al coniuge che non versa gli assegni dovuti dopo separazione, divorzio o nullità del matrimonio, o che viola gli obblighi economici legati all’affidamento condiviso dei figli. Sul piano legale, un primo orientamento gratuito è possibile: ne parliamo nella guida agli avvocati per donne in difficoltà e alla consulenza legale gratuita.
Come uscire dalla violenza economica?

Si esce dalla violenza economica costruendo, passo dopo passo, un’autonomia che sia anche finanziaria, e non serve farlo da sole. Ecco gli strumenti principali, con le regole in vigore a ottobre 2026.
Il primo passo: 1522 e centri antiviolenza
Il 1522, promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, è gratuito anche da cellulare, attivo 24 ore su 24 e raggiungibile anche via chat e app. Le operatrici orientano verso i centri antiviolenza del territorio, 409 nel 2024 secondo l’ISTAT, molti dei quali aderenti a reti come D.i.Re Donne in Rete contro la violenza. Lì si costruisce un percorso personalizzato, con consulenza legale, sostegno nella ricerca di lavoro e, se serve, accoglienza nelle case rifugio per donne in difficoltà.
Il Reddito di libertà INPS
È un contributo per le donne vittime di violenza, con o senza figli, in condizione di bisogno, seguite da un centro antiviolenza riconosciuto e dai servizi sociali. Con il decreto interministeriale del 17 settembre 2025 è salito a 530 euro al mese per un massimo di 12 mensilità (6.360 euro), come precisa la circolare INPS n. 44 di aprile 2026. La domanda si presenta tramite il Comune, con le dichiarazioni del centro antiviolenza e del servizio sociale, ed è cumulabile con altri sostegni come l’Assegno di inclusione o la NASpI. Le risorse sono ripartite tra le Regioni e possono esaurirsi: conviene informarsi presto sulla pagina INPS dedicata al Reddito di libertà e con il proprio centro.
Un conto intestato solo a te
Avere un conto personale, su cui far arrivare il proprio stipendio, è uno dei primi passi verso l’autonomia. Chi non ha già un conto può chiedere il conto di base, come spiega la Banca d’Italia: le banche devono offrirlo a chi soggiorna legalmente in Italia o nell’Unione europea, comprende i servizi essenziali (bonifici, accredito dello stipendio, carta di debito) ed è gratuito per chi ha un ISEE inferiore a 11.600 euro.
Controllare i debiti a proprio nome
Se temi che siano stati aperti finanziamenti o garanzie a tuo nome, puoi chiedere gratuitamente alla Banca d’Italia i tuoi dati della Centrale dei rischi, l’archivio dei debiti verso banche e società finanziarie. La richiesta si può fare anche online, con SPID, CNS o CIE.
Educazione finanziaria e lavoro
Capire come funzionano un conto o un mutuo è una forma di protezione. Il portale nazionale del Comitato per l’educazione finanziaria, che un tempo si chiamava «Quello che conta», e il portale L’economia per tutti della Banca d’Italia offrono guide gratuite e indipendenti. L’indagine della Banca d’Italia sull’alfabetizzazione finanziaria degli adulti, pubblicata nel 2023, ha rilevato un divario di genere che penalizza le donne nelle competenze di finanza digitale.
Come aiutare un’amica che subisce violenza economica?

Il modo migliore per aiutare è ascoltare senza giudicare e lasciare a lei le decisioni. Frasi come «perché non te ne vai?» rischiano di farla sentire ancora più sola: meglio dire che le credi, che non è colpa sua e che ci sei.
Puoi aiutarla a mettere in fila i fatti, offrirti di accompagnarla a un primo colloquio, tenere al sicuro una copia dei suoi documenti se a casa non può farlo. Evita invece di affrontare il partner al suo posto: potrebbe peggiorare la situazione. E ricordale che il 1522 risponde a qualsiasi ora, quando sarà pronta a chiamare. Per conoscere le realtà che possono sostenerla, trovi una panoramica delle associazioni che aiutano le donne in difficoltà.
Domande frequenti
Cos’è la violenza economica in parole semplici?
È quando una persona usa il denaro per controllarne un’altra: le impedisce di lavorare o di usare i propri soldi, la tiene all’oscuro delle finanze, la fa indebitare. La Convenzione di Istanbul la considera una forma di violenza contro le donne e di violenza domestica, al pari di quella fisica, sessuale e psicologica.
La violenza economica è un reato in Italia?
Non esiste un reato specifico chiamato violenza economica. Può però rientrare nei maltrattamenti contro familiari e conviventi, articolo 572 del codice penale, come ha confermato la Cassazione con la sentenza n. 1268 del 2025. Se riguarda il mantenimento dei figli o gli assegni dopo la separazione, possono applicarsi gli articoli 570 e 570-bis.
A chi rivolgersi in caso di violenza economica?
Il primo contatto è il 1522, gratuito e attivo 24 ore su 24, che orienta verso i centri antiviolenza del territorio. In caso di pericolo immediato si chiama il 112.
Quanto vale il Reddito di libertà nel 2026?
Il Reddito di libertà vale 530 euro al mese per un massimo di 12 mesi, secondo il decreto del 17 settembre 2025 e la circolare INPS n. 44 del 2026. È destinato alle donne vittime di violenza seguite da un centro antiviolenza e dai servizi sociali, e la domanda si presenta tramite il Comune.
Esiste la violenza economica sui figli?
Sì, quando un genitore fa mancare ai figli i mezzi di sussistenza o non versa l’assegno di mantenimento, oppure usa le spese dei figli come strumento di pressione sull’altro genitore. Possono configurarsi i reati previsti dagli articoli 570 e 570-bis del codice penale.
La violenza economica si nutre di silenzio e di imbarazzo, perché parlare di soldi, in coppia, sembra ancora una questione privata. Non lo è quando diventa uno strumento di potere. Dare un nome a quello che succede è già un modo per riprendersi una parte di libertà, e il 1522 è lì per ascoltare, a qualsiasi ora.




